Tra l'Emilia e la Garfagnana in bici Pietra di Bismantova

Tra l'Emilia e la Garfagnana in bici

Villa Minozzo (Reggio Emilia), Passo Pradarena, Parco dell’Orecchiella, Passo Radici, Villa Minozzo: poco meno di 140 chilometri e oltre tremila metri di dislivello

Questo è proprio un bel giro, lungo, impegnativo e all’insegna del principio: less is more. In Appennino c’è poco. Poco turismo, poco traffico, poco di tutto. E questo è proprio il bello. Pedalare per quasi 140 chilometri e scoprire che l’Appennino emiliano-tosco ha le classiche due facce della stessa medaglia è una lieta sorpresa.

Si parte da Villa Minozzo, nel reggiano per tornarci dopo un lungo periplo che fa su e giù per oltre tremila metri di dislivello. Ci vuole gamba. Ma il piacere è assicurato. Da Villa Minozzo verso Ligonchio. La Pietra di Bismantova si mostra in tutta la sua solitudine. Sembra un monte spezzato a metà. Un po’ fantascienza, un po’ romanzo storico. Distese di boschi ovunque: faggi, betulle, pini. Si pedala circondati da un verde scuro come le bottiglie del lambrusco.

cavalbianco

Il Passo Pradarena ha punte con il 10%. Dal versante emiliano sembra un mantello infinito. Sali e alle tue spalle si srotolano le pieghe dei monti bassi e schiacciati che compongono la spina dorsale del nostro Paese. In cima il Passo è sovrastato dal Cavalbianco, una piramide di prato che annusa l’aria del cielo. Sembra che dorma sonni tranquilli il monte, immobile com’è. Ed ecco la Garfagnana e più in là le Apuane e poi ancora laggiù il riverbero del mar Tirreno: il paesaggio cambia completamente, come se avesse girato le spalle alla mestizia dell’Appennino emiliano. In discesa fino a Sillano, paese d’altri tempi: cambia l’accento, le vocali sembrano danzare nel palato degli esseri umani. Si gira per l’Orecchiella e si entra nel mondo dei castagni. Sono alberi meravigliosi i castagni, dalla pelle raggrinzita e di una grazia antica. L’Orecchiella è un Parco regionale che merita di essere visitato. In bici poi, è una meraviglia.

apuane

Se di là, in Emilia, le pieghe dell’Appennino si accartocciano una sull’altra, di qua, in Toscana l’Appennino si inchina al mare e alle Apuane. Da questo lato, la loro facciata è pulita. Netta. Una catena di monti che ha la presunzione di non farsi chiamare Appennino. Ecco Villa Soraggio. Un gioiello in Garfagnana. Si pedala in cerca delle Radici. In noi e del Passo. Chi ha gamba può evitare di scivolare giù in fondo verso Castelnuovo in Garfagnana e curvare prima tagliando per Sassorosso. Sono cinque chilometri di salita dura, con pendenze toste. Di poco inferiori a quelle di San Pellegrino in Alpe, che è poco più in là.

passo delle radici

Sassorosso: nomen omenqui tutto è rosso, la roccia, le case, la luce. Si pedala fra il remoto e il recondito. Pedalate ataviche, dunque belle. Sul Passo delle Radici tutto tace. Anche l’albergo-osteria è silenzioso. Polenta e funghi. Qui passa il sentiero 00, quello del crinale. Un sentiero in bilico, vecchio e spelacchiato. Bellissimo. Dalle Radici a Pian de Lagotti. Questi sono luoghi di confine. Di confine con la vita. Non c’è bisogno di documenti per transitare. Basta attraversarli con la propria identità. Inutile barare, o nascondersi dietro io ipertrofici: qui la natura legge dentro le persone, più severa dei metal detector, senza trucchi e senza inganni. Si è nudi di fronte a questa disposizione antica di materia e di gas, di luci e colori, di vuoti e pieni disarmanti. Qui è bello pedalare. Qui è bello sostare e percepire le oscillazioni del tempo che passa. La luce crea dissonanze visive inaspettate, basta che il sole si sposti verso il crinale, o che le nuvole giochino a rincorrersi. Qui ci si può sentire bambini e vecchi nello stesso tempo, come se l’età salisse sull’altalena della vita e creasse scenari folgoranti.

cimone

Il Cimone ti osserva per parecchi chilometri. E’ il monte più alto di tutto l’Appennino emiliano-tosco. E’ un monte solitario, un capezzolo gigantesco. Svolta per Civago. Si rientra nel reggiano, e la fatica non disperde il sorriso. Il pomeriggio discende fra le montagne che si fanno colline. Sembra un’entità oscura, il pomeriggio: severa e che va ad affogare il sole. E’ un giro bellissimo questo, faticoso e nello stesso tempo ristoratore. Per anima e corpo.

Mi raccomando: molti sali nella borraccia, soprattutto d’estate. E bere spesso, a piccole sorsate.

Un vecchio amico ciclista mi diceva che bisognerebbe bere ogni dieci chilometri. Ed io dei vecchi amici mi fido.

Autore

Francesco Ricci

Scrittore, copywriter, ciclopensatore, Francesco Ricci ha pubblicato Il ’68 a pedali, diario di un ciclista immaginario che corre il Giro d’Italia a fianco di Eddy Merckx; Bella ciao, ricostruzione, tra storia e finzione, di un breve e tragico amore nell’estate del 1944; Velopensieri, riflessioni transitorie sul pedalare, cosa che fa da oltre vent’anni quando e appena può; Fatto di sangue, il doping nel ciclismo rappresentato per la prima volta in una fiction romanzesca. Ha realizzato per RAI Alto Adige Riparare la terra, documentario in memoria di Alexander Langer.

Sito web: www.biciclettecosmiche.it/

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