La fatica è bella fino a quando non si trasforma in cotta Giro del 1965

La fatica è bella fino a quando non si trasforma in cotta

Prima di compiere uno sforzo intenso sui pedali è necessario mangiare e bere. Mai aspettare l’ultimo momento. Altrimenti il piacere della fatica in breve tempo si trasforma in incubo. Quando si compie uno sforzo intenso sui pedali, il sudore è benefico come una telefonata inaspettata e gradita. Non è il sudore tossico che sgorga negli ambienti caldi, non è il sudore che bagna i vestiti anche quando sei fermo. No, è il sudore della fatica che sa di pioggia primaverile. Che sa di grondaie di case in campagna ancora umide dopo l’ultimo acquazzone. Che sa di rugiada di pino. Che sa di te. Ogni goccia canta la musica della vita. In certe salite le gocce di sudore vanno al ritmo delle pedalate: cadono lente sul telaio, sull’asfalto, assecondando il roteare dei piedi intorno alla corona, accompagnando il tuo ciondolare con le spalle a sinistra, a destra, a sinistra, a destra per chilometri e chilometri. E se proprio il caldo si fa insopportabile, ogni mezzo è buono per toglierselo di mezzo.

Fausto CoppiPrima che la salita inizi a non dare tregua è fondamentale avere energia nel serbatoio, altrimenti sono dolori. Carboidrati, zuccheri, sali. Prima di compiere uno sforzo prolungato bisogna assicurarsi che le borracce siano piene e le tasche posteriori della maglia pure. Quando si compie uno sforzo intenso, il sudore si fa perlato come i chicchi d’orzo e le mani cambiano posizione sul manubrio ogni cento metri. E nelle gocce è possibile vedere lontano: i riflessi della giovinezza, i frammenti di un amore giovane, lontano come un orizzonte, vicino come i sogni. Nelle gocce i ricordi si fanno bagliori e si disperdono come le bolle di sapone soffiate da migliaia di bambini che gridano e saltano e danzano. Il sudore è fisico, di una liquidità solida e le sue gocce rimbalzano come palline di flipper prima di dissolversi nel contatto con la materia. Il sudore è qualcosa di te che va fuori da te. Nel breve frammento del suo condensarsi si limita a rispecchiare ciò che vede, come fa l’occhio di un regista navigato. Il sudore è la forma luminosa e vaga della vita che non sa ancora di tenebra.

Giro d'Italia 1966

Prima che la fatica trasformi il piacere in dolore è meglio fermarsi. E se le tasche e le borracce sono vuote, la strada offre molti modi per trovare ristoro. Prima di pedalare su strade sconosciute è doveroso raccogliere informazioni. Oggi la tecnologia rende tutto più facile. Però avere un’idea di dove si va a pedalare è importante. Certe strade dell’Appennino, ad esempio, possono srotolarsi per chilometri senza dare la possibilità d’incontrare anima viva. A me piacciono queste strade. Sono quelle che amo di più. Però quando si pedala a lungo su queste strade è bene aguzzare la vista. Osservare tutto. Dare piccole sorsate alla borraccia. Cercare fontane. O l’ombra fuggente dei faggi. O l’eventuale presenza di umani. Non si sa mai.

Victor Lenears Tour de France 1924

Pedalare a lungo scatena due tipi di fame: quella improvvisa, perché sei andato in riserva dopo aver bruciato tutto quello che avevi intromesso nel tuo corpo, e quella che giunge alla fine del giro, meritata come una giusta ricompensa in virtù dello sforzo compiuto. La prima, notoriamente chiamata ‘cotta’, crea angoscia; la seconda, parente stretta della voluttà, è pura gioia. In bici nel caso di fame improvvisa bisogna agire in fretta, trovare subito un rimedio, soprattutto se hai finito le scorte: ti guardi intorno alla ricerca di un bar o di un negozio di alimentari. Entri e ingurgiti prevalentemente alimenti zuccherati: fette di crostata, brioches, tigelle con la marmellata o con il miele, frutta, il tutto accompagnato da una tazza di tè o da un bicchiere di coca o un bel caffè doppio. O da quello che la strada offre al viandante.

Greg Lemond

Chissà perché le ‘cotte’ rimangono impresse negli anni e si raccontano agli amici nelle serate in cui i ricordi scorrono insieme al buon vino. Quella volta in Garfagnana, quella volta giù dal Fluela pass, oppure dopo il Bernina verso Livigno, o tra il Giovo e il Rombo, ma anche sul Fedaia... Le crisi di fame suonano una musica nauseabonda e ti fanno bollire il sangue (forse da qui il termine ‘cotta’?) e ti senti caldo e svuotato e le gambe girano solo per inerzia e la vita precipita in un vuoto esistenziale assurdo, e ti senti un ebete in preda a visioni deliranti. E anche quando mangi finalmente qualcosa, quel senso di nausea non lo cacci più via e forse per una volta saresti pure capace di odiare la tua bicicletta. Solo per un attimo, sia chiaro. Mangiare e bere con regolarità è l’unico modo per tenere la cotta lontano. Perciò mai avere tasche e borracce vuote. Perché non è bello arrivare a odiare una delle cose che ti piace di più. Non è colpa della bici se le pile si scaricano. E’ di chi la guida in modo sprovveduto. A volte succede. E se succede, che serva da lezione.

Autore

Francesco Ricci

Scrittore, copywriter, ciclopensatore, Francesco Ricci ha pubblicato Il ’68 a pedali, diario di un ciclista immaginario che corre il Giro d’Italia a fianco di Eddy Merckx; Bella ciao, ricostruzione, tra storia e finzione, di un breve e tragico amore nell’estate del 1944; Velopensieri, riflessioni transitorie sul pedalare, cosa che fa da oltre vent’anni quando e appena può; Fatto di sangue, il doping nel ciclismo rappresentato per la prima volta in una fiction romanzesca. Ha realizzato per RAI Alto Adige Riparare la terra, documentario in memoria di Alexander Langer.

Sito web: www.biciclettecosmiche.it/

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